PRIMA DI COMMENTARE...

Facciamo di nuovo il punto

Ho deciso di scrivere questo post per tornare a fare un pò di chiarezza sull' argomento del blog perchè mi sto davvero stancando di risp...

martedì 20 settembre 2011

Cosa ci si aspetta di praticare?

Riflettevo su una cosa che in qualche modo rappresenta la "sfortuna" che ho avuto quando ho iniziato a praticare.
Dico sfortuna tra virgolette perchè trovo comunque ingiusto rinnegare i bei momenti e gli amici conosciuti per quella scelta, tuttavia qui stiamo parlando dell' aspetto tecnico ed onesto della faccenda.

Cosa mi ha spinto a scegliere un certo stile piuttosto che un altro?
A quei tempi ovviamente non c'era tutta la scelta, la conoscenza e la possibilità di informarsi di oggi.
Ieri però mi è venuta in mente una cosa in particolare e cioè il fatto che fondamentalmente quello che io cercavo dalle arti marziali, o meglio quello che volevo imparare, erano le chiavi articolari.

Ero un bambino e adoravo tutti i film di serie B sulle arti marziali che passavano nelle più improbabili reti locali, di quelli con i cinesi che volano o combattono per mezzora schivando colpi, facendo passi precisi (in cui non si capiva perchè fosse "male" quando l' avversario riusciva a bloccare la gamba del protagonista... senza fare altro) e terminando lo scontro con qualche tecnica segreta.
Tuttavia ero molto più affascinato da quelle rarissime coreografie (in genere non cinesi) in cui l' eroe di turno si destreggiava applicando le leve, in particolare armlock e leglock vari.
Diciamola tutta, per quanto possa sembrare ridicola la cosa era soprattutto nel Wrestling made in WWE o nel Catch giapponese che si vedevano tecniche di sottomissione del genere (memorabile la presa che "faceva addormentare" (!!!) di Jake The Snake Roberts o il Cobra Twist di Antonio Inoki).
Certo, come milioni di altri fan il mito restava sempre Bruce Lee, ma aldilà delle sue movenze fatte di pugni e calci rapidissimi molto cool, sentivo questo grande desiderio di imparare a sottomettere un avversario con le leve articolari.
Già allora però rimasi un pò deluso dal metodo didattico del Jujutsu, non tanto per le tecniche che trovavo bellissime ed efficaci quanto per l' estrema formalità con cui esse venivano studiate e l' impossibilità di provare liberamente.
Senza contare quel maledetto programma tecnico in cui non era consentito studiare cose più complesse prima di qualche anno passato a ripetere le stesse quattro tecniche, non importa quanto talento uno avesse.

Ho sempre patito una certa insofferenza verso queste restrizioni, ma se in fondo tutti avevano imparato così non c'era ragione per arrogarmi il diritto di voler fare diversamente.
Non importa che io riguardassi decine di volte le scene dei film registrati, per cercare di capire certi movimenti o tecniche che in nessuna palestra o stage vedevo insegnare (e non entriamo nel discorso che quelli erano solo film perchè le cose "tradizionali" sono spesso molto più assurde e scenografiche).
O che persino da bambino mi sembrasse scontata l' idea di dover provare delle applicazioni libere piuttosto che figurette predefinite ripetute alla noia, e che tutto il corollario di rispetto, tradizione e crescita morale non dovesse essere insegnato a mò di comandamenti.
Ormai mi stavano facendo il lavaggio del cervello portandomi a credere che quello fosse l' unico modo per imparare le micidiali arti marziali, e che anche quegli attori atleti che vedevo in tv avessero appreso alla stessa maniera.

Scelsi così uno stile che mi sembrava comprendere proprio tutto quello che cercavo, compreso il combattimento sportivo,le leve e le sottomissioni.
Qualcosa che mi sembrava appunto più vasto ed eclettico dei noiosi stili giapponesi con i quali avevo già avuto qualche esperienza.
Oggi si fa presto a dire che sia stata colpa mia, ma proprio per la mia esperienza non mi sento di biasimare nessuno che sia capitato nello sfacelo delle AMT e abbia subìto come me un tale e devastante lavaggio del cervello per poi ritrovarsi, dopo tanti anni, a scoprire che esistano metodi di apprendimento e di allenamento drammaticamente migliori ed effettivi per imparare ad applicare le arti marziali.
Non posso fare a meno di pensare a cosa avrei pensato, pur da ragazzino, se solo avessi conosciuto il Brazilian Jiu Jitsu e lo avessi potuto confrontare con quello che facevo.
Per non parlare delle MMA.

Ma ovviamente era ancora troppo presto e queste discipline, benchè esistessero già, non erano affatto conosciute qui da noi.
Il massimo che un appassionato potesse fare per informarsi era acquistare le riviste dedicate (di dubbio gusto) o contare sui film che purtroppo facevano altrettanta disinformazione.

Io invidio profondamente i ragazzi di oggi che anche grazie ad Internet hanno strumenti di informazione mille volte migliori per scegliere cosa praticare; E che sono già disillusi riguardo a tutte le stronzate che i maestroni orientali ci hanno fatto bere allegramente per accrescere la propria fama e il proprio conto in banca; Che vivono in un tempo in cui la "moda" sono le MMA e non lo stile cinese più antico degli altri, quello con le mosse davvero segrete o con gli angoli davvero giusti o con le forme davvero tradizionali.
Oggi voi potete cliccare su un video e rendervi conto di come avvengano davvero le aggressioni, invece di farvi raccontare da un cinese una storiella romanzata di come si sia difeso da tre aggressori armati nel peggior bar di Caracas grazie alla tecnica della poiana, allenata per anni con le figure armoniose.
Potete accedere in un attimo a centinaia di incontri di "stupidi sport da combattimento" con cui farvi un' idea molto precisa di cosa funzioni e cosa no, invece di sperare in qualche immagine di cinque secondi trasmessa su SuperZap all' una di notte (tra un video erotico e l' altro!).

E allora io dico, prima di entrare ed infognarvi in una palestra di AMT fermatevi e chiedetevi che cosa vi aspettiate esattamente di imparare: e se sono le arti marziali ad interessarvi continuate ad informarvi e a provare anche altre cose.

Potrebbe essere che vi piaccia proprio fare il Ninja, o vestire pigiami di seta, o simulare morti mortali in esibizioni gradite al pubblico.
Oppure potreste scoprire che il fascino delle arti orientali non abbia nulla a che vedere con l' apprendimento di un' arte di combattimento e i metodi didattici fermi agli anni 80 siano un triste retaggio del passato.
A voi la scelta.

mercoledì 14 settembre 2011

Aneddoti V - Fare le cose perchè... si fanno così e basta!

Arrivò questo ragazzino per la lezione di prova, abbastanza giovane da avere la testa piena di segatura ma abbastanza grande da avere già il testosterone a mille e volerlo annunciare a tutto il mondo.
Insomma, per un ragazzino esagitato capitare in una palestra dove si facciano AMT non è proprio il massimo, soprattutto quando non gli si possano dare ragioni intelligenti per fare le cose in un certo modo e non farne altre.

Fatto sta che questo tizio già durante il riscaldamento si mise a correre come un ossesso per portarsi in testa alla fila (a noi lobotomizzati rispettosi era proibito anche solo passare davanti al compagno, rigorosamente disposti in ordine di cintura) e durante gli esercizi di riscaldamento spingeva come un matto per far vedere a tutti che "ne faceva più degli altri".
Arrivati al momento di provare qualche tecnica (in quel caso delle controtecniche di difesa da strangolamento diretto) capitò a me dovergli spiegare cosa fare.
Si trattava di eseguire il solito schema: il compagno ti prende con due mani al collo simulando uno strozzamento e tu fai uno, due, tre, quattro, cinque, sei... dieci movimenti stilisticamente perfetti e armoniosi per liberarti e spezzargli qualche osso (ssse, vabbè...); Nel frattempo lui non ha fatto più nulla se non subire passivamente ma boh, se i maestri hanno perpetrato per secoli questo metodo allora deve essere funzionale!

Il giovincello sembrava far apposta a non capire cosa gli stessi spiegando, tanto che ad un certo punto, con aria supponente, mi chiese "Ma non bisogna mettersi così?!" assumendo una specie di guardia pugilistica con la faccia imbronciata al massimo (la cosa era anche piuttosto comica a dirla tutta).
Io ero ancora assuefatto alle AMT ma non tonto e capii benissimo il tono di quella domanda.
Quindi gli dissi che no, qui non si faceva così ma in altro modo perchè... bisognava imparare.
Dopo qualche altro episodio simile nel corso della lezione, il maestro decise di far fare a tutti una forma, di quelle in cui si fa un movimento solo al suo comando.
Mi disse in seguito che quello era "il modo migliore per liberarsi di questi esaltati, così si stufano e se ne vanno a fare Kick, che è il loro ambiente".

Inutile disquisire su quanto siano rompicoglioni i ragazzetti con l' argento vivo addosso, o di quanto sia maleducato in generale quel tipo di atteggiamento.
Con gli occhi di adesso però non riesco ad evitare di farmi delle domande, del tipo:
Perchè a me sembrava così normale studiare uno strangolamento partendo uno di fronte all' altro, senza che mai (MAI) nessuno abbia contestualizzato un attacco del genere, la qual cosa cambia radicalmente tutte le relative risposte?
Perchè ad un ragazzetto esagitato che pone una domanda del genere, per quanto arrogante, non gli si dimostra semplicemente che quello che andremo a studiare funziona e non è solo un pattern artistico?
Perchè il maestro deve selezionare la gente facendola annoiare invece che facendola appassionare?
Perchè già allora, sotto sotto, mi sentivo così stupido a dover mostrare a qualcuno un minimo "sgamato" delle tecniche di difesa che "vanno fatte in questo modo e basta"?

Chiunque abbia praticato AMT sa cosa succede quando gli amici cominciano a chiederti di mostrar loro qualcosa: finisce sempre con un "ma se io ti faccio così, tu che cosa fai?".
Perchè troppo spesso la stessa concezione delle arti marziali viene vissuta in questo modo, imparare delle risposte x agli attacchi y.
Non voglio banalizzare il concetto per far sembrare tutti dei babbei, nessuno ammetterà mai di ragionare in quel modo.
Ma è un dato di fatto che il metodo didattico delle AMT lavori proprio in quel senso: sarà il praticante a trovare le sue risposte se ne avrà la voglia, il tempo e l' intelligenza.
E' un pò come se alla scuola guida si accennasse solamente all' uso di alcuni pedali e del cambio, ma solo chi fosse sgamato (e provi di nascosto) capirebbe quali pedali premere, come cambiare le marce e così via.
Così un giorno potrà dire di conoscere i veri segreti di come si guidi l' automobile, sapendo che non abbiano niente a che vedere con quanto studiato a scuola guida, ma sai, fa tanto orientale e profondo arrivarci da soli!

Più penso a questo tipo di episodi e più la mia delusione e sconcerto aumentano: come ho potuto essere così superficiale?
Come ho fatto ad accettare questi metodi astrusi per anni, pur sentendo che avevano qualcosa di molto sbagliato?

E' questa l' assuefazione delle AMT, il circolo vizioso che si crea quando scegli di non farti domande e prendi per buono (in buona fede) tutto ciò che il Maestro ti racconta, così come lui ha fatto prima.
Quando la gente smette di usare la propria testa, mettendo in discussione ciò che sta imparando, non per arroganza ma per amor del vero: perchè ricordiamolo uno pratica arti marziali per mille motivi e tutti validi, ma è molto ingiusto non dare la possibilità di valutare a chi non ha l' esperienza per farlo.

Se oggi guardo certi praticanti di stili di cui ho anche discusso nei post, le loro scuole, i loro gruppi di allenamento o il loro modo di allenarsi, sento un misto tra compassione e comprensione.
In fondo tutti credono in quello che fanno, persino i wannabe-Ninja con quella guardia assurda, quegli attacchi ridicoli e quelle controtecniche da cartone animato.
Forse sono ingenuo ma non credo che i loro istruttori si rendano davvero conto di insegnare cazzate abominevoli, pensando davvero solo al tornaconto economico (francamente sono pochi quelli che campano insegnando).
Ci credono.
Perchè vogliono crederci.
Chi sceglie di praticare in questo tipo di scuole, questo tipo di cose, se non ha il reale interesse ad apprendere tecniche di combattimento si appassiona molto facilmente perchè vi trova tutto quello che può desiderare: un gruppo di persone con cui condividere qualcosa, una sana pratica ginnica, una passione culturale e un sistema che permetta di crescere nel tempo assumendo man mano sempre più valore in questo gruppo.
Il tutto senza dover affrontare cose spiacevoli come l' aggressività, il dolore fisico dei colpi e soprattutto quello psicologico dell' essere sopraffatti, picchiati o semplicemente sentirsi non all' altezza di certe cose.

Sono felice oggi di potermi allenare con questa consapevolezza: se voglio raggiungere i miei obiettivi dovrò sudare, faticare e fare sacrifici, proprio come nella vita.
Mi pare un insegnamento molto più onesto e veritiero di quello promosso dai metodi delle AMT, nonostante la loro presunzione di essere Arti della Vita...

giovedì 8 settembre 2011

La Simil-Kick®

Veniamo ad un punto cruciale della pratica delle AMT: il combattimento.
Nonostante si debba riconoscere che non tutti gli stili prendano in considerazione il combattimento ritualizzato uno contro uno (alla maniera sportiva per intenderci), non possiamo nascondere che alla fine si stia comunque parlando di uno scontro in cui io debba reagire all' attacco di una persona.
Ovvero scontro uno contro uno. Curioso eh?
E con questo sfatiamo subito il mito dello studio "uno contro molti" ostentato in alcuni stili, come se questo li elevasse a qualcosa di più mortale o abbia davvero senso.
Non esiste alcuna tecnica o strategia che permetta di affrontare due o più avversari nello stesso momento, se non siamo in grado di gestirne nemmeno uno solo.

Ecco che allora entriamo nel vivo del problema, perchè è proprio qui che si manifestano le maggiori inadeguatezze dei metodi e tecniche cosidetti tradizionali.

Posso studiare tecniche ben definite di difesa, ma poi il mio avversario deve essere libero di scegliere come attaccarmi.
Immaginiamo di imparare tre movimenti per ripararmi rispettivamente da un pugno diretto, da un gancio e da un montante al corpo.
Se mi alleno sempre in esercizi predefiniti in cui l' avversario ora tira solo il diretto, ora solo il gancio e così via, non sto affatto migliorando la mia abilità (oltre a rompermi le balle dopo cinque minuti).
Sto solo ripetendo meccanicamente movimenti schematici, stimolando parti del cervello che non hanno a che vedere con la percezione di cosa arriverà e relativa risposta; Infatti ben presto riuscirò ad eseguire la difesa senza concentrazione, fantasticando tranquillamente sugli hot pants dell' allieva lì in parte.

Ma la cosa più sconcertante è il fatto che in molte AMT si studino soprattutto contrattacchi che concludano lo scontro al primo attacco: del tipo "lui tira un pugno, io lo paro e con vari movimenti finisco per portarlo in leva, schiantarlo, ammazzarlo, controllarlo..."
L' obiettivo è ragionevole, peccato che io non abbia mai visto applicare nemmeno per sbaglio una sola di queste fantomatiche tecniche, che funzionano esclusivamente finchè i colpi sono al rallentatore, telefonati e dichiarati apertamente.
Non vorrei essere frainteso: in queste arti marziali si studiano risposte precise ad attacchi precisi, a volte persino a combinazioni, dando per scontato che siano risposte conclusive in un contesto di aggressione libera.
E quindi il "Vero Marzialista" non dovrebbe forse manifestare questo approccio quando combatte?
Il karateka che studia per secoli parata circolare + contrattacco mortale, non dovrebbe essere chiaramente riconoscibile?
O meglio ancora uno studioso di Jujutsu, visto che si focalizza proprio sui contrattacchi difensivi in cui a colpo corrisponde combinazione tecnica risolutiva?

Perchè diavolo studiare per anni ed anni una parata circolare che difenda da un diretto se poi non la si riesce mai ad applicare tale e quale?!?

Quando parli con questi marzialisti si affrettano ad affermare che "Quello è solo uno studio, nella realtà si fa in altro modo" (e già questo dovrebbe farli riflettere ma tant'è).
Ma la storia dello studio tecnico-teorico è davvero troppo svilente per l' intelligenza di un Homo Sapiens medio: si allenano per anni, per tutta la durata della pratica, quei movimenti in quel modo, perchè quelle sono le risposte di quell' arte marziale.
Altro che palle.

Eppure anche a non voler essere fiscali è più che evidente cosa avvenga quando due persone si affrontano liberamente: i colpi, le prese, gli sbilanciamenti, gli spostamenti, il modo di proteggersi, le reazioni... tutto è sempre riconoscibile, ed inutile dirlo assomiglia molto di più agli sport da combattimento che non a quelle favolose coreografie apprezzabili nei film (e nelle demo).
E così quando un marzialista (di quelli che detestano lo sport) si mette a fare un pò di sparring libero ecco che si ritrova a muoversi in un modo che non gli è abituale: magari parte con le migliori intenzioni ma non appena viene incalzato, non appena accusa la fatica o subisce un assalto si ritroverà a fare questo tipo di colpi se non a smanacciare come un contadino ubriaco.

Anche le AMT che contemplano il combattimento agonistico, lo interpretano nel modo che io chiamo la "Simil-kick®".
Studi per anni i pugni con le posizioni lunghe, i calci del drago rosso, la difesa del pangolino, la guardia della mangusta... poi vai in gara e ti ritrovi a fare i soliti jab, diretto, gancio, qualche middle e high kick con tanto di guardia simil pugilistica.
Perchè?
Forse perchè quello è il modo di combattere più adeguato alla nostra struttura?
Oppure solo perchè siamo ormai assuefatti dai media che ci presentano il combattimento sportivo a quel modo?
Può essere, sta di fatto che combattendo in quel modo si hanno risultati migliori, e non parlo di vittorie: parlo di non prendere le botte e riuscire a darle.

Prendiamo ad esempio il Sanda.
I combattimenti di Sanda dovrebbero essere un campo di confronto sportivo tra praticanti di vari stili di Kung Fu, quello tradizionale si intende.
Sono più che sicuro che il Sanda così come è nato in passato, con i famosi scontri nelle piazze sulle pedane circolari, fosse uno spettacolo molto diverso dallo sport che si pratica ora.
E ti credo, il confronto e l' esperienza hanno scremato tutto ciò che era folclore o inadeguato, basti pensare ai confronti fatti con i tailandesi in cui tutti persero malamente.
Così come basta visionare qualche video abbastanza vecchio dei confronti di SanShou tra i vari "esperti" di Kung Fu, in cui smanacciavano come checche isteriche assumendo ogni tanto una posa esotica.
E badare bene, più i video sono vecchi più sono rappresentativi degli stili così come venivano tramandati prima della globalizzazione.
E guarda caso oggi il Sanda è praticamente Kick Boxing con le proiezioni, allenato allo stesso modo con le stesse tecniche: altro che pugni del cerbiatto e tecnica del ramarro.

Nota: non è mio interesse difendere o esaltare la Muay Thai, ma si da il caso che questa arte marziale, per altro molto più antica di tante altre, si è evoluta in modo pragmatico e i tailandesi (che notoriamente non sono vichinghi o maori ma omini magri e sottili) hanno dimostrato di saperle dare pesantemente, il tutto evitando posizioni e strategie coreografici.

In seguito con la diffusione mediatica delle MMA si è reso visibile un tipo di combattimento ancora più permissivo, dimostrando anche ai più scettici che assumere certe posizioni, usare certi colpi e allenarsi in un certo modo porta a tutt' altro che essere picchiatori micidiali.
Non sto parlando di stile contro stile, solo di metodi funzionali e dimostrabili per combattere.
E volenti o nolenti si arriva sempre lì: botte che fanno male, forza bruta che vince su presunte energie interne, fiato, resistenza e capacità di incassare colpi.

Non è solo una questione di combattimento sportivo, regolamentato.
Molte volte sento tradizionalisti usare questo assunto a sostegno delle proprie tesi, peccato che persino scontrandosi tra di loro, sforzandosi di usare alla lettera il proprio stile, finiscono per fare la Simil-kick® non appena il ritmo si alza.
Ma il grosso problema nasce quando si confrontano con chi invece fa della funzionalità la base della propria pratica:
- Gente che prova continuamente calci spettacolari e finisce KO al primo lowkick;
- Gente che assume guardie stilistiche e poi viene colpita da ogni dove;
- Gente che prova ad applicare parate ampie finendo per ingarbugliarsi da sola o smanacciare;
- Gente che non sa più che pesci pigliare perchè non capisce come non sia crollato a terra l' avversario con quell' unico calcio andato a segno (in allenamento il compagno moriva sempre!);
- Gente totalmente impreparata a difendersi da colpi base che vanno tutti a segno;
- Cinture nere tronfie finalizzate in pochi secondi dall' ultimo arrivato del corso di BJJ;
- Sedicenti esperti di difesa personale che chiedono di interrompere lo sparring alla prima botta;

Le qualità tecniche, fisiche e mentali che rendono una persona capace di vincere uno scontro (sia pure uno scambio per strada, tanto caro alle "Vere AMT") sono sempre le stesse.
Ci sono solo modi più o meno validi per migliorarle ed applicarle, se è questo che si vuole apprendere.

E ci sono anche modi totalmente campati per aria.

martedì 6 settembre 2011

Questione di cambiamenti

Questa sera sono ispirato dall' ennesimo racconto di un ragazzo che si è rotto le balle di praticare un' arte del combattimento in cui... non si combatte mai.
Mi tocca ripetermi, le AMT sono una di quelle strane attività umane in cui per apprendere una cosa non la si fa.
Per imparare a nuotare mi tocca buttarmi in piscina, per imparare a guidare faccio scuola guida su di un' auto, per imparare l' inglese ascolto i film in lingua originale per farmi l' orecchio... nelle AMT invece per imparare a tirare pugni e calci mi metto per anni a mimarli nel vuoto curandomi di quanto siano perfetti esteticamente.

Si prospetta una grande soddisfazione per chi pratica AMT quando raggiunge il limite della sopportazione e inizia con uno sport da combattimento.
E' come rinascere e poter finalmente sfogarsi, liberi da tutte quelle costrizioni, quegli esercizi "tecnici" dei quali in fondo non si è mai capita l' utilità, quei formalismi che credavamo ci rendessero più nobili e invece ci rendevano solo più boriosi.

Quando si inizia a praticare un' AMT si è ancora pieni di entusiasmo e aspettative, e il brodo programmato che viene rifilato sapientemente sembra qualcosa di meraviglioso: chi non ha ancora abbastanza esperienza (e purtroppo parliamo di numerosi anni) si autoconvince che più avanti si arriverà a livelli di capacità superiori, che al momento sia ancora troppo presto per giudicare e chi si permetta di farlo sia un eretico ignorante, di un livello inferiore di intelligenza, gente incapace di fare sacrifici o di guardare in profondità le cose.

Poi succede che dopo anni passati a perfezionarsi in forme ed esercizi vari, si cominci ad avere la sana e sincera volontà di provare, di mettersi in gioco per verificare se a questa perfezione tecnica corrisponda uguale abilità combattiva.
Ma rigide etichette di comportamento e disciplina impongono di non potersi confrontare in quel modo così infantile quale uno scontro libero.
E, incredibile ma vero, quando si arriva ai gradi che contano è ancora più improbabile riuscire a mettersi alla prova, soprattutto con i praticanti meno esperti: perchè l' etichetta impone che una cintura nera non possa abbassarsi ad un confronto con un allievo, senza contare che spesso evitino di proposito il confronto per paura di scoprirsi incapaci.

Come dissi in uno dei primi post, la posizione sociale nel gruppo è qualcosa di appetitoso e a cui difficilmente si sceglie di rinunciare in nome della verità: molto meglio continuare a porsi come mortali guerrieri o insegnanti esperti.
Questa droga mentale ammalia sia chi, in fondo, non ha tutto questo interesse per le arti marziali (e quindi si gode la cosa senza scrupoli) sia chi ne è appassionato ma in cuor suo sa di non saper applicare sul serio le cose di cui si riempie la bocca: e non lo sa perchè non lo ha mai verificato, e più passa il tempo e più aumenterà la sua paura di farlo, finchè un giorno si ritroverà con un rango nel gruppo talmente elevato che se anche volesse mettersi in gioco non potrà farlo per non guastare il gioco di tutti gli altri.

Non ci si può rendere conto di una cosa finchè non la si prova, questa è una realtà appurata di qualunque cosa si parli.
Il combattimento è una pratica che fa paura, le botte vere fanno un fottuto male e allenarsi a prenderle e darle non ha niente di poetico, artistico, folcloristico: è sudore, fatica, dolore, sacrificio.
Ma diventa presto anche una grande soddisfazione, qualcosa che ci rende liberi e felici, se è questo che intendavamo imparare quel giorno che abbiamo pensato di cominciare.

Anche io ero "quel ragazzo", nonostante tutto devo molto alle esperienze che ho vissuto grazie alla mia pratica di AMT: grazie ad esse ho viaggiato all' estero, ho conosciuto alcuni dei miei migliori amici, ho incontrato la mia ragazza, ho fatto attività fisica, ho avuto la soddisfazione di sentirmi primo in qualche garetta....

ma

nel momento in cui ho ripensato a quel primo desiderio, imparare a combattere, ho potuto constatare che le AMT siano sature di idiozie e contraddizioni morali diametralmente opposte allo scopo.
Droga per polli.

giovedì 1 settembre 2011

Focus on: il Jeet Kune Do

Il Jeet Kune Do (da ora JKD), non si può definire arte marziale tradizionale in quanto creato da Bruce Lee negli anni '60, perciò nonostante le sue radici legate al Wing Chun è nato già libero di tutti gli orpelli classici.
Il JKD è a tutti gli effetti l' arte, o meglio lo stile, che Bruce Lee codificò per sè stesso.

Bruce Lee.

Il compianto attore è diventato un mito legato alle arti marziali, di quelli che diventano famosi anche al di fuori dell' ambiente.
Non starò qui a parlare della sua storia o del personaggio in sè (ma ecco un altro bel spunto di delusione marziale..), piuttosto parleremo del suo stile.
Bruce Lee ideò il JKD per dare un senso a tutto il suo percorso marziale, dal momento che quello che arrivò a praticare e concepire era ormai troppo diverso da ciò che aveva studiato ad Hong Kong.
Forse ai tempi aveva già fiutato ciò che sarebbe successo dopo, infatti dichiarò apertamente che il JKD "è solo un nome", non una nuova arte marziale, con nessun programma rigorosamente codificato, nessuna posizione fissa e disse che ognuno doveva cercare il proprio JKD nella pratica.
Queste sagge parole hanno però generato un disastro nel mondo marziale, dato che dopo la sua morte tutti i suoi fan praticanti di arti marziali si sentirono liberi di considerarsi atleti di JKD.
In fondo cosa c'è di più figo del praticare l' arte di Bruce Lee?
Uno stile moderno libero da tutte quelle formalità e convenzioni tipici, dove puoi praticamente fare quello che vuoi raccontando che siano gli insegnamenti di Bruce Lee?
Immagino che Bruce Lee diede una certa impronta e direzione di studio ai suoi allievi, ma in verità essi si sono poi sentiti liberi di inserirci di tutto, anche cose molto diverse tra di loro.

Parliamo della mia esperienza: venni a conoscenza del JKD da bambino, tramite l' acquisto del noto libro dell' attore.
Libro che ai tempi mi sembrò quasi una presa in giro perchè mi aspettavo, volevo trovarci spiegate delle tecniche coi disegnini invece che tutta quella filosofia e princìpi astratti.
E così come tutti gli altri mi convinsi che il JKD fosse rappresentato bene.... nei film di Bruce Lee!
Guardavo e riguardavo le sue coreografie decine di volte, giuro di conoscere a memoria alcuni combattimenti e persino la tonalità con cui emetteva i suoi caratteristici urletti nelle varie scene!

Ma non avevo mai pensato che potessero esistere corsi di JKD in Italia, anzi mi sembrava abbastanza evidente che il JKD fosse morto con lui, se doveva essere quella espressione di tecnica, velocità e abilità.
Poi una sera, ad una di quelle demo in cui si presentano varie scuole di arti marziali, scoprii con stupore che si stavano per esibire degli istruttori di JKD. Meraviglia!
Beh, rimasi molto sorpreso da ciò che vidi: ragazzi in maglietta che mulinavano bastoni, facevano mosse che non avevano proprio nulla a che vedere con quello che ricordavo di Bruce e... filmavano.
Sì, filmavano con attenzione tutte le altre esibizioni di arti marziali, non so dire se per analizzarle, per "carpire" e "codificare" nuove tecniche o che altro.
Più tardi venni anche a conoscenza del lavoro di Mike Faraone, quindi di Paul Vunak, Inosanto e così via, convincendomi sempre di più che il JKD era solo un nome sì, ma utilizzato per indicare uno stile marziale in cui ognuno fa praticamente quello che vuole.
Come se chi fosse scocciato di praticare le tediose AMT (che ai tempi ricordiamolo consideravo il non plus ultra), le teste calde, quelli in cerca di cose "facili" e poco avvezzi alle regole finisse per inventarsi istruttore di JKD in modo da certificare il proprio stile personale.

Oggi so che le cose non stanno proprio così, il JKD ha ua sua storia (molto travagliata..) e viene portato avanti in qualche modo.
Solo non riesco a capire di cosa si parli esattamente, perchè tra "JKD Concept", "Original", "Jun Fan Kung Fu", studi di lotta a terra (il Bjj ha scombussolato tutti), studi di difesa personale (il Krav Maga ha scombussolato tutti) e chi più ne ha più ne metta, immagino il povero tapino che entra in una palestra di JKD aspettandosi di apprendere lo Stile di Bruce Lee ritrovandosi però a fare tutto tranne quello che faceva Bruce Lee...

Sinceramente rispetto il JKD per il fatto di essere uno stile moderno, senza dubbio sfruttato in modo commerciale per via delle sue origini, ma che in fondo si slega dagli assolutismi e metodi del Wing Chun (anche se ritengo che per praticare qualcosa di affine a ciò che faceva Bruce Lee, sia necessario conoscere un pò di Wing Chun). Questo nella teoria.

Nella pratica sono scettico verso chi davvero pensi di emulare Bruce Lee (che ricordiamolo era un atleta assolutamente fanatico, mica un gigione da due sere dopo lavoro) e chi sfrutti il nome JKD per praticare un pò quel cavolo che gli pare.

Basta informarsi un poco per capire che anche in quell' ambiente i praticanti si scannino tra di loro accusandosi di non praticare quello vero, quello corretto, quello fatto... come si deve!
Praticanti che sono perlopiù fan di Bruce Lee prima che studiosi di arti marziali, e per questo vivono ancora nel mito del loro eroe idolatrandolo e cercando prima di tutto di emularlo.

Date un' occhiata agli innumerevoli video di JKD presenti in Internet: si vedono soprattutto ragazzetti che si muovono nervosamente imitando i gesti dell' attore, facendo ciascuno qualcosa di simile e diverso allo stesso tempo.
Spesso si vedono ragazzetti che insegnano ad altri (con le tipiche modalità in cui loro possano permettersi di accellerare e pestare mentre l' allievo no), magari dopo aver praticato per un paio d' anni un' altra arte marziale e pretendendo di esserne già esperti.
Senza contare che viste le libertà concesse in uno stile del genere, oggi molti praticano nella sostanza MMA ma ancora preferiscono definirsi atleti di JKD come per dare un (presunto) valore aggiunto alla loro pratica.

Per come la vedo io il JKD è solo un nome, un marchio, che ha avuto grande successo per pure questioni commerciali dovute alla notorietà del suo ideatore.
Bruce Lee non era solo un attore, su questo non ci piove; Non era nemmeno un pincopallino qualunque, sebbene sia stato enormemente sopravvalutato.
Ma se non avesse dato un nome al suo modo di praticare arti marziali, oggi non esisterebbe nessuno a seguirne ancora le orme.
O meglio, esisterebbero pochi seguaci come avviene per qualsiasi altra scuola di arti marziali di qualsiasi altra parte del mondo, secondo le esperienze e deduzioni di qualsiasi altro maestro che si sia "slegato" dagli stili "ufficiali".

A Bruce Lee va dato atto di aver analizzato le arti marziali in modo controcorrente in un luogo, tempo e contesto sociale non paragonabili a quelli attuali.
Ma per essere schietti, non ha scoperto proprio un bel niente nè il suo JKD è diverso da quello che fanno oggi migliaia di altri maestri che codifichino il proprio stile.